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Riflessioni sulla difesa della parte civile

04/04/2002 di Arturo Gussago

Secondo gli insegnamenti dei maestri incontrati agli albori della professione, ormai, ahimè, ventennale, sul difensore della parte civile grava un doppio onere: quello, connotato dal rapporto professionale, di garantire la migliore tutela civilistica del proprio cliente e quello, squisitamente etico-deontologico, di verificare la correttezza, formale e sostanziale, dell’ipotesi accusatoria.

Infatti, le determinazioni processuali del legale di parte civile sono fatalmente legate a questa verifica, ad esito della quale si chiederà o meno al giudicante una dichiarazione di responsabilità penale in capo all’imputato.

Ognun vede come tale decisione dovrebbe, in chi per professione sta dalla parte degli accusati, essere frutto di attenta, direi sofferta, ponderazione. Che non necessariamente, s’è detto, deve concludersi con l’adesione alle tesi del requirente.

Dice: ma allora si rischia di confliggere con l’interesse processuale del cliente, che vuole un riconoscimento di penale responsabilità ai danni della controparte.

Ebbene, la risposta è no per due ordini di motivi: uno, riguardante l’onere etico-deontologico del legale della parte civile, è il seguente. Nessun operatore del diritto, e men che meno l’avvocato, può barattare il mero interesse processuale, che sembrerebbe favorito comunque da una sentenza di condanna, con la coscienza professionale che non può prescindere dall’onesto convincimento circa la responsabilità dell’imputato.

In altre parole, l’avvocato, pena la violazione dello stesso giuramento di fedeltà alla Giustizia che suggella l’inizio della professione, mai potrà associarsi alle richieste sanzionatorie del P.M., non solo qualora non sia convinto della sussistenza di prova sufficiente, ma anche quando abbia constatato la violazione di norme processuali riguardanti le garanzie difensive (art. 178 lett. c c.p.p.).

Ciò semplicemente perché la forma, quando essa è prevista a pena di nullità assoluta, riguarda la “sostanza” del processo e assurge al rango di guarentigia costituzionale: tollerare l’abuso in tale ambito, significa spalancare le porte all’arbitrio.

Ma anche avendo riguardo al rapporto fiduciario che lega l’avvocato al cliente, quello regolato dall’intuitus personae, il difensore della parte civile che si dissocia dalle conclusioni (in senso sanzionatorio) della pubblica accusa non si pone in contrasto cogli interessi del cliente.

Infatti è innanzitutto legittimo ipotizzare che il giudicante, laddove le prove siano insufficienti o contraddittorie, disattenda le tesi dell’accusa e pervenga ad una pronuncia assolutoria; parimenti è prevedibile che una condanna di prime cure non adeguatamente motivata venga riformata nei successivi gradi di giudizio.

In tali casi, non solo vi sarà la soddisfazione del difensore della parte civile per l’esatta individuazione della prognosi processuale, ma, cosa più importante, il reale interesse del cliente sarà tutelato da una pronuncia assolutoria, cui avrà contribuito l’atteggiamento processuale della parte civile.

Infatti il giudicante, contestualmente all’assoluzione dell’imputato, procederà alla trasmissione degli atti al P.M., acchè siano perseguiti i veri responsabili del reato.

Di contro, invece, il difensore della parte civile che, aderendo alle tesi accusatorie, si vedrà sconfitto, realizzerà di aver mal rappresentato i propri assistiti, ai quali aveva consigliato di seguire la strategia del P.M..

Dovrà, inoltre, per pudore deontologico, gettare la spugna e rinunciare alla difesa di parte civile nel nuovo –eventuale- giudizio contro i reali responsabili (anche se, ahimè, abbiamo constatato come in talune circostanze anche importanti Studi Legali abbiano ignorato tale pudore, continuando ad assistere la parte offesa anche nei successivi giudizi, dopo aver richiesto la condanna dei precedenti imputati).

L’ultimo inciso ci riporta all’attualità della prassi giudiziaria, dove la pervicacia di certi difensori di parte civile appare davvero degna di miglior causa.

Il riferimento più eclatante è quello di un famoso processo romano per omicidio, giunto recentemente al giudizio di legittimità, dopo che nei due gradi di merito era stata riconosciuta, seppur a diverso titolo, la colpevolezza degli imputati.

La Suprema Corte ha, di contro, annullato tali verdetti, rilevando un’impressionante serie di violazioni processuali, e censurandoli con toni insolitamente aspri.

Ebbene, il difensore della parte civile ha rilasciato dichiarazioni alla stampa a mezzo delle quali egli si scaglia non già contro la Corte, ma contro il Procuratore Generale, che aveva concluso conformemente alla decisione della prima.

Con quali argomenti? Forse censurando nel merito le osservazioni del requirente ? No, soltanto rilevando che la figlia di quest’ultimo aveva frequentato lo studio di uno dei difensori dell’imputato … La miseria intellettuale (che, comunque, nasconde una notevole coda di paglia professionale) di tale atteggiamento lascia davvero senza parole.

Ma gli esempi potrebbero continuare.

È solo il caso di ricordare alcuni processi di terrorismo, che hanno destato tanta attenzione sociale, nell’ambito dei quali le parti civili si sono riunite in comitato, istituto non certo regolamentato dalla norma processuale, la cui ragion d’essere non era la valutazione delle prove raccolte dall’inquirente, ma semplicemente quella di avere maggior peso politico e risalto sui media.

Ed anche qui i difensori non si sono certo distinti per rigore processuale, segnalandosi principalmente per i contatti con la stampa o le TV, quasi che il giudizio avesse a svolgersi fuori dalle aule all’uopo deputate, nonché manifestando un appiattimento davvero impressionante rispetto alla posizione della pubblica accusa.

E la sensazione era quella che la responsabilità degli imputati si andava misurando con il colore politico degli stessi, anziché sulle prove a carico.

Hanno questi difensori realmente tutelato gli interessi dei loro assistiti? Per le ragioni illustrate nella prima parte di questo intervento, noi riteniamo di no.

Per finire, vogliamo ricordare l’ironia di uno stimato sostituto procuratore della Repubblica, quando ebbe a commentare lo straordinario accanimento di un difensore di parte civile verso un imputato, nei cui confronti, dopo aver richiesto contestazioni supplettive, poneva domande ripetute, aggressive e suggestive: egli disse che talvolta gli avvocati, sui banchi dell’accusa, superano di gran lunga i P.M. nel dimenticare il garantismo. Dovetti, tristemente, ammettere che era nel vero.

Arturo Gussago
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