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Tempo e proprietà: il diritto in cammino

15/05/2002 di Pietro Bonazza Il tempo, non quello meccanico dell’orologio e nemmeno l’esistenziale, che pone complessi e forse insolubili problemi psicologici o antropologici, ma il tempo “tempo”, cioè quello che dà dimensione alle cose e ai fenomeni, non ha la stessa importanza per tutti. Per esempio, per l’economista il tempo è o dovrebbe essere praticamente “tutto”. Il tempo è il cuore dell’economia, perché è il cuore del valore, che di quella disciplina è appunto il “cuore”. Un po’ come l’elettrone dentro l’atomo. Invece, per il giurista il tempo non è così essenziale. Egli considera sì che il diritto (per dire le leggi, lo ius e la giustizia) è un concetto relativizzato nel tempo storico, cioè si storicizza. Ma la sensibilità del giurista rispetto al tempo è meno intensa di quella dell’economista. È una questione di collocazione dell’osservatore. L’economista vive il tempo dall’interno del fenomeno, cioè è endosensibile, mentre il giurista lo vive dall’esterno, è esosensibile. La differenza è maggiore di quanto non si pensi. Né a renderla più sottile potrà concorrere un “diritto dell’economia”, auspicato forse per creare nuove cattedre universitarie, ma di cui, eccettuati i disoccupati dell’accademia, nessuno sente il bisogno. Servono buone leggi, possibilmente non plurimae come avverte Tacito, non codici, testi unici, o nuovi scompartimenti in quella grande cassettiera che è l’ordinamento, tanto più disordinato, quanto più si tenta di sistematizzare un esistente in continua evoluzione. Eppure vi fu un tempo in cui la sensibilità verso il tempo era comune, forse perché il pensiero economico era, in apparenza, molto più debole di quello giuridico. Invece, è l’economia l’anima del diritto e non viceversa. Ovviamente se si pensa alle origini divine e religiose del diritto, ciò suona blasfemo. Però pensiamo alla proprietà, il fenomeno giuridico per eccellenza. Forse il diritto l’ha riconosciuta e definita per ispirazione divina? In origine (ma è un’origine che si rinnova continuamente nella storia), c’è un atto di occupazione, talvolta violenta, oppure c’è una rapina, una prevaricazione di un forte contro un debole. Per non usare mezzi termini: c’è un atto immorale. Allora, perché proteggerlo con il riconoscimento della proprietà? Ma perché per la società è meglio legalizzare un atto di prevaricazione o di usucapione, piuttosto che perpetuare all’infinito gli atti di aggressione. La proprietà si pone come un trattato di pace. Meglio riconoscere ciò che si è consolidato e ripartire daccapo piuttosto che perpetuare la guerra. Quindi, all’origine c’è un pensiero di “economia” della società. È il meglio del peggio! Queste riflessioni sono premessa di una constatazione: la proprietà trae origine da un pensiero o da una esigenza economica. È l’economia che genera la proprietà. Trascuriamo il diritto romano, con i suoi concetti di dominio, prezzo, giusto, equo ecc., che sono il fondamento dello ius civilis, tanto amato da Cicerone. Saltiamo all’anno 1322, importante per la storia dell’asse: economia-proprietà. Domina il potere dell’Ordine francescano, reso efficace dall’apparente povertà e dalla qualità dei cervelli che stanno sotto la tonsura e dentro il grezzo saio. Uno, ma non è certo solo, si chiama Guglielmo da Occam, mente più affilata di un rasoio. Ebbene, questi frati, nascondendosi dietro la loro istituzionale povertà, ma già godendo di lasciti impotenti, pretendono che la Chiesa di Roma si faccia carico delle spese di manutenzione dei beni immobili, di cui essi frati hanno il godimento, ma, dicono, non la proprietà, perché inibita dal voto di povertà. Ma a capo della Chiesa di Roma, in cattività ad Avignone, c’è un papa che non è un campione di ispirata teologia, ma è un giurista raffinato e concreto. non è un Giulio II, ma è “tosto” lo stesso e appunto in quel fatidico anno 1322 sfodera la bolla “Ad conditorem canonum”, che è un capolavoro di “arte” giuridica curiale e, ancorao ggi, un godimento dello spirito, dopo sudata traduzione, ed esempio di scienza del diritto, da consigliare in lettura agli studenti di economia e giurisprudenza invece di tanti manuali, da cui si spremono definizioni, ma non concetti. Il cuore di questa bolla, dopo aver escluso dalla vertenza il consumo di beni immediatamente consumabili ricevuti come elemosina (uova, latte, pane, ecc.) su cui la proprietà non riesce in concreto nemmeno a sorgere, è in questa espressione: «[…] respondet legi dicenti, non posse usum vel usumfructum a domino perpetuo separari, quia dominium dominis semper abscedente usu inutile redderetur: quae lex de rebus illis intelligitur, quarum penes unum usus rei et penes alium dominium possit (licet inutile) remanere, quod nequanquam in rebus usu consumptibilibus potest esse, cum in illis per usum vel abusum usuarii substantia talis rei esse desinat et per consequens proprietas inutilis non existat. Cum enim usufructus, prout est actus in re constitutus, qui servitus dicitur personalis et pro quo reales competunt actiones, nihil aliud sit, quam ius utendi tantum rebus alienis, salva rerum substantia, id est ius percipiendi fructus et utilitatem aliam aliquam in totum vel pro parte suo nomine, qui possunt ex re, in qua usufructus seu usus constituitur, provenire: propter quod proprietas reputatur inutilis, a qua perpetuo usufructus abscedit», che si può tradurre liberamente così: «[…] è conforme alla legge vigente il fatto che uso o usufrutto non possano essere separati da una proprietà duratura, perché altrimenti il dominio sarebbe attribuito inutilmente ai proprietari da un uso che si estranea loro sempre di più: questa legge è certamente da interpretare in relazione a quei diritti per i quali, avendo usato la cosa per una volta e successive continuative volte, ne possa sussistere la proprietà (inutile l’offerta in vendita); questo non può affatto verificarsi per le cose consumabili con l’uso, perché in loro la sostanza della cosa stessa cessa di esistere con l’uso o il consumo dell’usufruttuario; di conseguenza, non può darsi proprietà svuotata. Infatti, poiché l’usufrutto, in quanto atto compenetrato nella cosa, usufrutto, che è diritto personale e per il quale spettano azioni reali, altro non è che il diritto di utilizzare appunto le cose di altri, fatta salva la sostanza delle cose, è pure diritto di percepire i frutti e una qualche altra utilità, che possono provenire dalla cosa nella quale si concretizza l’usufrutto o l’uso, in tutto o in parte in nome del proprietario: per cui è ritenuta proprietà svuotata quella della quale l’usufrutto si facesse via via sempre più estraneo al proprietario». Che significa proprietas inutilis? Significa che si è veramente proprietari delle cose di cui si può avere la disponibilità e il godimento dei frutti. Ma di quali frutti? Giovanni XXII precisa: i futuri. Ecco che emerge in tutta la sua pregnanza il concetto “tempo”. Basta che facciamo un passo in avanti rispetto a quel papa giurista, che, peraltro, lascia intendere di aver capito anche questo, e si constata che la proprietà non può essere un vago concetto filosofico, ma un bene (il nostro codice civile all’art. 810 direbbe: una “cosa” e qui ci sarebbe da disquisire a lungo!). Ma un bene è tale, se ha un valore. Quale valore? Quello che si può attribuire determinando il valore attuale di tutte le rendite future, scontate a oggi a un certo tasso di interesse. Anche chi non è ferrato in mtematica finanziaria sa che il valore “oggi” di un titolo obbligazionario, che scade, per esempio, nel 2010, è pari al valore attuale di tutte le cedole e del rimborso del capitale alla scadenza finale, secondo un certo parametro che è il “saggio” d’interesse applicato al tempo e che, se si vende quell’obbligazione, sono elevate le probabilità, per motivi di razionalità economica e ragionevolezza istintiva, di vedere riconosciuto come corrispettivo della cessione appunto quel valore. Non si intende affermare che Giovanni XVII abbia inventato la matematica finanziaria, ma riconoscere che abbia dato al concetto di proprietà una matrice economica sembra giusto. Ovviamente i raffinati cultori che distinguono la proprietà dal possesso in ogni piega avrebbero molto da dire. Non è che qui si sia voluto confondere i due istituti, ma, ai fini di trovare un cuore economico al fenomeno di proprietà, la distinzione diventa non necessaria. Se si pensa che la definizione si avvantaggerebbe della metafora più che delle sottili puntualizzazioni dei giuristi, non ci si stupisce che i romani assorbissero i due concetti nell’unico dominium. D’altra parte, da non giurista, mi piace pensare alla proprietà come a un dominio normalmente di maggior durata del possesso, quando i due non coincidono nello stesso soggetto. Se è così, ho gettato un sassolino nello stagno del diritto; ma vorrei dire dei giuristi, che riduco a un consiglio: cari amici giuristi incominciate a pensare al tempo, come fanno gli economisti con la loro disciplina, dall’interno del diritto e non dall’esterno. Ma forse è un consiglio banale, perché in qualsiasi scienza, anche la classica fisica, il tempo va vissuto dall’interno. Tutto diventa più fallibile, almeno secondo Popper; più probabilistico che certo; meno dogmatico [1] e meno neoilluminista. Più umano e soggetto alla dispersione, per dirla con Prigogine [2]. La società civile va verso uno stato di crescente complessità, nel quale ci potrà aiutare la cibernetica, la scienza dell’organizzazione efficace. E il diritto come potrà collocarsi in tale contesto? Non sarà più la nave dei dogmatici, ma almeno la bussola, strumento tuttora adatto anche alla navigazione d’altura e in grado di tener lontano ogni “Grande Fratello”. Forse, al di là dei miei banali auspici, è ciò che sta imponendo la globalizzazione, quella rivoluzione silenziosa avanzante sul filo del tempo vissuto dall’interno. Anche per questo si distinguerà il giurista di domani da quello di oggi. Pietro Bonazza

[1] Per l’analisi della jurisprudentia dogmatica si veda: D. Farias, Interpretazione e logica, ed. Giuffrè, 1990, pagg. 114 e segg. A mio avviso, togliere dal diritto l’impostatizzazione del dogmatismo non significa abbandonare l’auctoritas delle esperienze faticosamente costruite nel tempo passato, ma sollecitare un continuo confronto tra il passato, il presente e il futuro nella loro tensione agostiniana. L’opera del potatore non è quella del boscaiolo. Il rapporto del giurista con il dogmatismo ripropone quello tra l’amministrazione della giustizia e la giurisprudenza analitica di matrice anglosassone, ma, soprattutto, ripresenta il fondamento della teoria di Kelsen, così attento a tener fuori dal diritto la “sociologia del diritto”, la cui invasione ha non poca responsabilità sullo stato attuale della giustizia in Italia. [2] Ilya Prigogine, L’analisi del tempo, ed. Theoria, 1988, pagg. 80 e segg.

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